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[...] Capii allora ciò che fino a quel momento avevo appena intuito. Ma metamorfa così bene, solo perché altrettanto bene si rammenta della nostra comune origine. O meglio, non se la rammenta: ce l’ha dentro a tal punto che le vien fuori tutte le volte che se ne presenta l’occasione. Genesis, nascita: che importa essere umani o animali? Nessuno, neanche i credenti, sa cosa c’è prima del risveglio, tant’è vero che nessuno ce l’ha mai raccontato (il Genesis, appunto, comincia da lì, ma prima?) Chi si sveglia, sa solo che s’è svegliato, che dallo stato di sonno è passato allo stato di veglia (e da quel momento comincia paurosamente a immaginare cosa gli capiterà quando sopravverrà il nuovo sonno, questa volta lungo, lunghissimo, anzi illimitato): tutti quanti, nessuno escluso, - forse neanche la pianta, forse neanche la pietra, - siamo passati di lì, ecco perché tutti quanti ci riconosciamo così facilmente in quell’attimo, passeggero ma decisivo, in cui siamo transitati come meteore dall’ombra alla luce (per ripercorrerlo un giorno all’indietro, esattamente con le stesse modalità, ma retroverse, anch’esse uguali per tutti, umani e animali).
Capii che anche Ma in quel momento era illuminata da questa rivelazione. Stava seduta su quella vecchia seggiola, con i suoi abiti da viaggio stazzonati, e il sole estivo, sempre più splendente, le illuminava da dietro i capelli biondi e le faceva come un’aureola intorno alla testa. Cosa le importava se quei sei bimbi erano miei, se erano usciti dal mio orifizio, del resto tanto simile al suo? Lei stava pensando che quei sei bimbi erano suoi. Li aveva fatti lei insieme a me, anzi, li aveva fatti lei con quel medesimo corpo con cui così splendidamente metamorfava con me, e che perciò era nella stessa misura sia suo che mio, sia mio che suo, Ci possono essere bambini procreati contemporaneamente da femmine di specie diverse, al di là degli orribili intrugli genetici di cui gli umani mostrano d’essere capaci? Io e Ma provammo con la nostra viva esperienza che era possibile. Fu così che i miei sei figli ebbero una doppia madre, e c’è qualcuno che ancora se ne ricorda [...].

Alberto Asor Rosa
(da “Storie di animali e altri viventi”, Einaudi, 2005)

[...] La scelta del padrone da parte di un buon cane è un fenomeno magnifico e misterioso. Con rapidità sorprendente, spesso in pochissimi giorni, si stabilisce un legame che è di gran lunga il più saldo di tutti, tutti i legami che possono stabilirsi mai fra noi uomini. Non esiste patto che non sia stato spezzato, non esiste fedeltà che non sia stata tradita, all’infuori di quella di un cane veramente fedele. [...]

Konrad Lorenz
(da “L’anello di re Salomone”, Gli Adelphi, 2007)


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Marte, cane libero dai segreti amori

Chissà da dove è venuto; forse l’aveva abbandonato quassù un turista di passaggio o forse, anche, e mi piace pensarlo, questo posto l’ha scelto lui quando decise di vivere libero dopo aver gironzolato nella zona per qualche tempo o lasciato una casa che non gli andava. Intanto è già il terzo anno che trascorre in paese e certamente ci resterà finché ne avrà voglia, o vita.
Qualcuno un giorno l’ha battezzato “Marte” e a questo nome, che certo non gli si confà, risponde con manifesta compostezza a chi lo chiama per una carezza o per un boccone. La razza? Dal pelame del muso si direbbe che ha senz’altro sangue di pastore scozzese ma anche di épagneul breton e, tra gli ascendenti, setter e pastori bergamaschi; ma è di qualità, anche se trovatello. Lo dimostrano il suo carattere e la sua classe, la sua accondiscendente amicizia verso i ragazzi e le donne e, nel contempo, l’assoluta sua libertà che disdegna padroni e guinzagli o canili, o una casa.
Non ha un posto fisso per dormire nemmeno con le bufere di neve e venti gradi sotto zero entra da chi gli apre la porta. Se le notti sono chiare e tranquille preferisce passeggiare per le strade o per i prati della periferia, o seguire una guardia notturna o i carabinieri in ronda; certe volte si ferma sotto una finestra per abbaiare a un amico o a una amica, non per chiedere cibo o riparo ma per compagnia, o come per un invito a uscire dal letto per godere la notte.
Se piove o è molto freddo si sdraia sopra un nettapiedi davanti a un uscio, o sotto un ballatoio, ma mai gli stessi. Un giorno l’ho visto andare con i segugi all’inseguimento di una lepre; l’autunno scorso seguire un gregge. (Questa volta, pensai, non ritorna più indietro, ha trovato lavoro o un padrone. E invece quella stessa sera era di ritorno al “suo” paese).
Nei giorni di scuola ogni mattina si fa trovare davanti a una casa da dove uscirà uno scolaro e sembra che ormai li conosca tutti: gli scolari e gli usci. Accompagna chi quella mattina ha scelto fin sulla porta dell’edificio scolastico, e lì rimane con i ragazzi sino all’ora della chiamata in classe; nel frattempo gli dà un boccone di pane, chi un pezzo di biscotto, chi un frutto che lui prende sempre con molta distinzione e senza ingordigia; anzi può capitare che preferisca una carezza dopo aver fatto gentilmente di no con la testa.
Quando i ragazzi sono entrati nelle aule e il bidello ha richiuso il portone, se ne va tranquillo annusando lungo i marciapiedi. Giunto davanti alla macelleria della piazza non disturba i clienti e non abbaia: si siede composto davanti alla porta e aspetta il garzone o la bella cassiera che gli porgono un pezzettino di fegato o di trippa o un bell’osso.
Dopo questa seconda colazione fa il giro delle amicizie adulta, va ad accogliere una carezza dalle commesse della boutique, attraversa la strada e si ferma davanti alla profumeria dove la proprietaria esce a spazzolargli il pelo; passa dal vicino benzinaio a vedere se la benzina è cresciuta, annusa le chiavi inglesi all’officina, poi arriva davanti al municipio a controllare gli impiegati che si attardano a bere il caffé. Quando arriva l’ora della ricreazione si affretta verso il cortile della scuola per giocare con i suoi amici ragazzi, e nessuno gli usa sgarbi. Dopo, stanco, si riposa al sole lungo un muro e aspetta la fine delle lezioni.
Così come ha scelto al mattino il compagno di strada sceglie ora e, con un gruppetto o solo in due, insieme vanno verso una casa dove lui non entra ma aspetta sul pianerottolo o nel cortile qualcosa da mangiare per il pranzo.
Le ore del primo pomeriggio gli sono le più noiose perché le botteghe sono chiuse e i ragazzi stanno facendo le lezioni per casa; gironzola allora vicino ai caffé o le osterie dove gli uomini vanno a giare alle carte prima di riprendere il lavoro. A una cert’ora, sostituendo la vecchia guardia comunale che da anni è andata in pensione, va anche a controllare la partenza e l’arrivo delle autocorriere di linea se i partenti o gli arrivati gli sono simpatici scodinzola leggermente dopo averli annusati. Se la giornata è bella e gli viene il ghiribizzo va anche a correre per i prati dove si diverte un mondo a dar galoppare le vacche al pascolo, o inseguire i tacchini e le galline: lo fa per gioco, certo, ma qualche volta i contadini si incavolano perché abbaia molto forte.
Certe domeniche di intenso movimento turistico si ferma nel bel mezzo dei crocicchi come un vigile che regola il traffico; resta lì immobile e segue con gli occhi tutte le automobile che gli passano accanto come cercasse qualcuno; forse cerca quel tale che un giorno di qualche anno fa lo abbandonò, o forse un ragazzo che vide partire.
In queste sere, dopo aver guardato tutti i passanti e aspettato invano di riconoscere il volto o l’odore della sua infanzia, gli viene la malinconia e il desiderio di farsi coccolare; così va a guaire davanti alla porta di una signora che provvedere amorevolmente a lavarlo e pettinarlo. Ma non si ferma da lei perché dopo uno sguardo di riconoscenza se ne va a trovare le altre amicizie, o si accompagna nel passeggio alle ragazze del liceo, o segue una casalinga nella spesa, o anche la mite infermiera fin sulla porta dell’ospedale.
L’altro giorno era davanti alla buca delle lettere dell’ufficio postale e annusava tutta la gente che andava a imbucare. Annusò i biglietti di auguri natalizi che tenevo in mano, scodinzolò lievemente; gli grattai la nuca e lo invitai a seguirmi, fece di no con la testa e si sedette come di guardia agli auguri e alle lettere imbucate.
La stranezza di “Marte”, o forse la sua migliore qualità, è che non ha una amicizia prediletta o una particolare casa dove rifugiarsi; con i nostri cani compaesani non attacca briga, non abbaia, non provoca e nemmeno da loro viene provocato. Tutti, davanti a “Marte”, diventano gentili e buoni. Persino ignora i gatti e i gatti ignorano lui. Dovrebbe essere anche molto discreto nelle faccende d’amore perché non è mai stato visto seguire nei gruppi le cagne in calore, così viene da pensare che lui abbia un amore segreto; difatti per due volte all’anno per un certo periodo di tempo non si fa vedere.
Si sa anche di persone, ragazzi e ragazze, donne per lo più, che vorrebbero tenerlo in casa, per amicizia, compagnia e stima, ma lui non ci sta; tutto al più, dove sente tanto affetto e comprensione, va a abbaiare senza impertinenza ed in modo tutto particolare, per chiedere un boccone. Quasi come facesse un piacere – ma lo fa! ma lo fa! – a chi glielo porge.
Anche mia nipote che con gli animali ci sa fare, che vorrebbe seguire le orme di Konrad Lorenz, e che terrebbe in casa anche le vipere, ha invano tentato non di farselo amico ma familiare. Non è riuscita a mettergli un guinzaglio nel senso affettivo: la segue a scuola, va ad aspettarla davanti a casa quando ne ha voglia; assieme ai suo cani di casa, la setter Alba e il bastardino Leo, vanno a spasso per i prati o nelle contrade vicine a visitare gli amici uomini e animali; si azzuffano per gioco sulla neve ma quando lei lo invita a entrare in casa per farlo restare, niente: gira la testa e se ne va .[...]

Mario Rigoni Stern
(da “Il libro degli animali”, Einaudi, 2001)

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[...] Mi domando se i cani e i gatti si lasciano dietro dei segnali come i vagabondi:

GUARDA CHE C’E’ UN CANE.
STA’ LONTANO DA QUESTO POSTO: C’E’ UN MATTO COL FUCILE.
BUON POSTO PER QUALCHE AVANZO.

E le stelle come in una guida Michelin:

CIBO VESTITI MANCIA E DA FUMARE: UN PRINCIPE.
DA MANGIARE E DA BERE: UN RE.

Non ho notato cani randagi dalle parti della Casa di Pietra:

UNA FOTTUTA CASA DA GATTO.
[...]

William S. Burroughs
(da “Il gatto in noi”, Adelphi, 1994)

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[...] Anche Cosimo cominciava ad accorgersi del tempo che passava, e il segno era il bassotto Ottimo Massimo che stava diventando vecchio e non aveva più voglia di unirsi alle mute dei segugi dietro alle volpi né tentava più assurdi amori con cagne alane o mastine. Era sempre accucciato, come se per la pochissima distanza che separava la sua pancia da terra quand’era in piedi, non valesse la pena di tenersi ritto. E lì disteso quant’era lungo, dalla coda al muso, ai piedi dell’albero su cui era Cosimo, alzava uno sguardo stanco verso il padrone e scodinzolava appena. Cosimo si faceva scontento: il senso del trascorrere del tempo gli comunicava una specie d’insoddisfazione della sua vita, del su e giù sempre tra quei quattro stecchi, E nulla gli dava più una contentezza piena, né la caccia, né i fugaci amori, né i libri. Non sapeva neanche lui cosa voleva: preso dalle sue furie, s’arrampicava rapidissimo sulle vette più tenere e fragili come cercasse altri alberi che crescessero sulla cima degli alberi per salire anche su quelli.
Un giorno Ottimo Massimo era inquieto. Pareva fiutasse un vento di primavera. Alzava il muso, annusava, si ributtava giù. Due o tre volte s’alzò, si mosse intorno, si risdraiò. Tutt’a un tratto prese la corsa. Trotterellava piano, ormai, e ogni tanto si fermava a riprender fiato. Cosimo di sui rami lo seguì.
Ottimo Massimo prese la via del bosco. Pareva che avesse in mente una direzione molto precisa, perché anche se ogni tanto si fermava, pisciacchiava, si riposava a lingua fuori guardando il padrone, presto si scrollava e riprendeva la strada senza incertezze. Stava così andando in paraggi poco frequentati da Cosimo, anzi quasi sconosciuti, perché era verso la bandita di caccia del Duca Tolemaico. Il Duca Tolemaico era vecchio cadente e certo non andava a caccia da chissà quanto tempo. Ma nella sua bandita nessun bracconiere poteva metter piede perché i guardiacaccia erano molti e sempre vigili e Cosimo che ci aveva già avuto da dire preferiva tenersi al largo. Ora Ottimo Massimo e Cosimo s’addentravano nella bandita del Principe Tolemaico, ma né l’uno né l’altro pensavano a snidarne la pregiata selvaggina: il bassotto trotterellava seguendo un suo segreto richiamo e il Barone era preso da un’impaziente curiosità di scoprire dove mai andava il cane.
Così il bassotto giunse a un punto in cui la foresta finiva e c’era un prato. Due leoni di pietra seduti su pilastri reggevano uno stemma. Di qua forse doveva cominciare un parco, un giardino, una parte più privata della tenuta del Tolemaico: ma non c’erano che quei due leoni di pietra, e al di là il prato, un prato immenso, di corta erba verde, di cui solo in lontananza di vedeva il termine, uno sfondo di querce nere. Il cielo dietro aveva una lieve patina di nuvole. Non un uccello vi cantava.
Per Cosimo, quel prato era una vista che riempiva di sgomento. Vissuto sempre nel folto della vegetazione d’Ombrosa, sicuro di poter raggiungere ogni luogo attraverso le sue vie, al Barone bastava aver davanti una distesa sgombra, impercorribile, nuda sotto il cielo, per provare un senso di vertigine.
Ottimo Massimo si slanciò nel prato e , come fosse ritornato giovane, correva a gran carriera. Dal frassino dov’era appollaiato, Cosimo prese a fischiare, a chiamarlo: - Qui, torna qui, Ottimo Massimo! Dove vai? – ma il cane non gli ubbidiva, non si voltava nemmeno: correva correva per il prato, finché non si vide che una virgola lontana. La sua coda, e anche quella sparì.
Cosimo sul frassino si torceva le mani. A fughe e ad assenze del bassotto era pur abituato, ma ora Ottimo Massimo spariva in questo prato invalicabile, e la sua fuga diventava tutt’uno con l’angoscia provata poc’anzi, e la caricava d’una indeterminata attesa, d’un aspettarsi qualcosa di là di quel prato.[...]


Italo Calvino
(da “Il barone rampante”, Einaudi, 1957)

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[...] Shōzō ricordava anche lo sguardo dolce e sofferente di Lily quando aveva partorito per la prima volta. Erano passati circa sei mesi da quando era arrivata ad Ashiya. Una mattina, colta dalle doglie, lo inseguì miagolando rumorosamente. Shōzō aveva preparato in fondo all’armadio a muro una cassetta vuota con dentro un vecchio cuscino. Quando la portava dentro, la gatta vi rimaneva qualche momento, ma subito veniva fuori aprendo la bocca e miagolando, e gli correva dietro di nuovo. Non l’aveva mai sentita miagolare in quel modo: ilsuo “mia-a-a” conteneva qualcosa di misterioso e diverso dal solito. A Shōzō parve che dicesse: “Oh, cosa devo fare? Mi sento strana all’improvviso. Ho paura che mi stia succedendo qualcosa di nuovo. Non ho mai avuto una sensazione come questa. Oh, cosa pensi che sia? Non ci sarà nulla di preoccupante?”
E Shōzō le disse accarezzandole la testa: “Non devi preoccuparti. Tra poco diventerai madre...”
Allora la gatta metteva le due zampine anteriori sul ginocchio di Shōzō, e con un’aria implorante ripeteva ancora il suo “mia-a-a”. E come sforzandosi intensamente di capire le parole di lui, sgranava gli occhi quasi smaniando. Shōzō la riportava all’armadio e la metteva nella cassetta cercando di convincerla: “Capisci? Sta’ ferma lì. Non devi venir fuori. Hai capito? Va bene?”
Ma quando lui faceva per alzarsi chiudendo l’anta dell’armadio, la gatta miagolava triste: “Mia-a-a” come volesse dire: “Aspetta per favore. Stai qui con me.”
Shōzō si commuoveva e lasciava socchiusa la porta. La gatta sporgeva la testa dalla cassetta, in fondo a bauli e pacchi accatastati nell’armadio, e lo guardava ancora miagolando. Che sguardo affettuoso, si diceva Shōzō, non sembra nemmeno una bestia! La gatta aveva un’aria quasi misteriosa: gli occhi che brillavano in fondo all’armadio non erano più quelli di una gattina birichina; avevano da poco acquistato una luce femminile e matura, erano pieni di civetteria, di fascino e di tristezza.[...]

Jun’ichirō Tanizaki
(da “La gatta”, Bompiani, 1988)

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[...] Un giorno alla Casa di Pietra, quando ancora nessuno dei gatti era venuto a vivere dentro, stavo sparando nella rimessa e guardai in alto: in cima a una catasta di legna dietro il mio bersaglio c’era un piccolo gatto bianco. Metto allora l’arma nella fondina e vado avanti piano, e a questo punto vedo che c’è la mamma, in cima alla catasta, con tre gattini intorno a sé. Viene dinoccolata verso di me, mette la testa nella mia mano.
“Vedo che sei un uomo buono, sceriffo. Abbi cura di me e dei miei piccoli”.
Fu molto toccante, la semplicità di quel gesto. C’erano in quel gesto, coi piccoli dietro di lei, migliaia d’anni di mamme gatto. “Ecco le mie creature... è questo tutto ciò che posso fare... ciò che devo fare”.[...]

William S. Burroughs
(da “Il gatto in noi”, Adelphi, 1994)